martedì 11 febbraio 2014

L'eredità

A distanza di quattro anni mi chiedo cosa realmente mio nonno mi abbia lasciato. C'è un vecchio temperino con la punta troncata che lui usava per estrarre cartucce da caccia. L'ho messo insieme ad altre cianfrusaglie di poca o di somma importanza disseminate tra gli scaffali della mia piccola libreria dell'Ikea. Lo guardo come si guarda un oggetto alieno e intanto mi chiedo cosa lui mi abbia lasciato a parte qualche ricordo lontano: un bambino felice di dieci anni che lo segue nel bosco o un ragazzo di venti che aspira placidamente l'odore della colla e del cuoio nella sua bottega di calzolaio mentre il pomeriggio sonnolento scivola via. Mio nonno, come tanti che l'avevano fatta, raccontava storie di guerra e quell'ultimo Natale prima di andarsene, raccontò la sua storia più lunga e perfetta, piena di dettagli che forse prima aveva tralasciato. Ho tentato, nel tempo dopo la sua morte, di capire il suo enigma: quando pure riuscivo a formulare domande compiute e le porte del mistero cominciavano ad aprirsi una alla volta, alla fine i quesiti rimbalzavano beffardi contro l'ultimo varco sigillato. Continuo a chiedermi ciò nonostante cosa mi abbia lasciato, a parte una leggera somiglianza fisica che gli anni andranno probabilmente ad accentuare. Tutto quello che mi sento di poter dire con certezza di lui alla fine è che è stato un uomo molto solo e probabilmente capito da nessuno. Non sono in grado di affermare se lui si sia reso conto di tutto questo e ne abbia sofferto. E'stato invece con ogni probabilità un uomo molto solo così come lo sono io adesso, giunto a quella che ci illudiamo di chiamare età matura. Ed è proprio la solitudine, forse, la cosa più importante che lui mi abbia lasciato.

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